[2013] Reverence To Stone, 20 Buck Spin Records
Il secondo LP dei Samothrace, uscito ben quattro anni dopo quello d'esordio, consta di sole due tracce per una durata di quaranta minuti scarsi. L'abuso di sostanze psicotrofiche ha forse rallentato i nostri nella produzione? Può anche essere, ma il risultato è senz'altro al top. Due chitarre e il basso a sei corde di Dylan Desmond – ora sostituito da Durando Hodous – forniscono tutte le frequenze necessarie ad uno stordimento sensoriale coi fiocchi, che vengono generosamente e a volumi esagerati sparate in faccia al pubblico. Definirei lo stile peculiare di questa band “positive” funeral doom, in quanto, nonostante il growl esasperato di Bryan Spinks, le influenze stoner non mancano di certo, e le melodie sono tutt'altro che malinconiche. Non si può certo affermare che non esistano band simili, ma se esistono non sono ancora conosciute in Europa: l'unica band che ci sentiamo di consigliare, che possa avere qualcosa in comune con i nostri, sono i Lethe, band stoner strumentale in cui militava Desmond, se non altro a causa delle influenze provenienti dall'acid rock.
I testi si differenziano dal funeral doom, non tanto perchè non siano introspettivi, ma perchè manca quella vena pessimistica e drammatica che caratterizza il genere; essi sono poetici, elevati, psicologici: “You've drawn/ This line one thousand times/ This foe/ But we'll fall alone/ We're all on a horse of our own”.
When we Emerged si apre con tempi abbastanza veloci, e subito dopo la prima parte cantata, il riff principale si sviluppa lungo tutta la scala armonica con una perfetta sinergia tra chitarre e basso. La struttura della canzone è tutt'altro che tradizionale e non esiste né un ritornello né vere e proprie strofe, la stessa voce diventa in qualche modo strumentale. Verso la conclusione, il ritmo rallenta, senza però mai raggiungere livelli estremi.
A Horse of Our Own è scandita da assoli acidi che ricordano persino l'hard rock anni Settanta, e finanche i breakdown la fanno apparire come una versione metal di Echoes - sì, parlo dei Pink Floyd. La canzone riprende ritmo con un riff estremamente sviluppato, accompagnato dall'ottima performance del batterista Joe Axler, il componente che consta di un più consistente background nella scena metal. Questa traccia, oltre che durare molto più della prima, è veramente più psichedelica e l'uso del feedback, dei breakdown, lo stesso Spinks che urla frase per frase prendendosi tutto il tempo necessario a distruggere i timpani e i neuroni del pubblico senza pietà, la rendono ancora meno orecchiabile e senza punti di riferimento fissi: tutti i riff si dissolvono nel genocidio sonoro senza avere il tempo di imprimersi nella testa dell'ascoltatore.
Due brani, un capolavoro: questa band continua a stupire, e nonostante non si dia alcuna fretta nella produzione, d'altronde non semplice vista la qualità del risultato, è spesso in tour. State però attenti a non perdervi dentro voi stessi, soprattutto se il concerto che andate a vedere ha luogo in spazi angusti, sovraffollati e dal pungente odore di cannabis.
Tracklist:
A1 When We Emerged
B1 A Horse Of Our Own
